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Cassazione Penale, Sez. III, 03.06.1998, n. 6426: Applicabilità delle norme di prevenzioni infortuni ai portieri di immobili privati anche dopo il decreto 626/94.

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Categoria Sentenze

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 3 giugno 1997 il Pretore di Milano affermava la penale responsabilità di G. Edoardo e G. Maria Pia - nella qualità di comproprietari di un palazzo sito in Milano, al n. 11 della via C., nel quale operava una custode -- in ordine ai reati (accertati il 24 giugno 1994) di cui:

- all'art. 267 del D.P.R. n. 547 del 1955 (così qualificata l'imputazione originariamente formulata ex art. 333, per non avere corredato la centrale termica dell'edificio di un segnalatore luminoso di integrità del circuito fornito di dispositivo di emergenza a lancio di corrente);

- all'art. 281 del D.P.R. n. 547 del 1955 (per avere mantenuto in uso il condensatore del motore bruciatore, nella stessa centrale termica, senza idoneo fissaggio e con i morsetti in tensione elettrica accessibili) e, riconosciute circostanze attenuanti generiche, condannava ciascuno alla pena complessiva di lire 503.000 di ammenda, con il beneficio della non menzione.

Dichiarava estinta per prescrizione la contestata contravvenzione di cui all'art. 328 del D.P.R. n. 547 del 1955 (per non avere provveduto alla denuncia dell'impianto di messa a terra, al competente ufficio, entro 30 giorni dall'inizio dell'attività, secondo quanto prescritto dal D.M. 12 settembre 1959).

Assolveva G. Giberto (terzo comproprietario dello stabile): da quest'ultima contravvenzione, per non avere commesso il fatto e da quelle di cui agli artt. 267 e 281, perché il fatto non costituisce reato.

Assolveva tutti gli imputati, per insussistenza del fatto, in ordine ad ulteriori violazioni della medesima normativa antinfortunistica.

Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso i due condannati, i quali hanno eccepito, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione:

a) l'esclusione di coloro che svolgono mansioni di portierato privato dalle categorie di lavoratori subordinati tutelati dal D.P.R. n. 547 del 1955.

Agli effetti di tale D.P.R. - secondo l'assunto difensivo - "datore di lavoro" deve considerarsi esclusivamente il titolare di impresa, ex art. 2082 cod. civ., mentre non è tale il comproprietario di un edificio residenziale.

Un argomento a conferma di questo postulato traggono i ricorrenti dalla disciplina del D.Lgs. n.626 del 1994, la cui applicazione è testualmente esclusa per il lavoro domestico e familiare ed è limitata, per il portierato privato, ai soli casi espressamente previsti;

b) l'illogica discriminazione assolutoria di Giberto G. (su denunzia del quale era stata disposta l'ispezione del palazzo ed erano state accertate le infrazioni contestate), correlata all'erroneo principio di diritto secondo cui non sarebbe configurabile dolo o colpa di un soggetto che ometta di attuare quanto prescritto dal D.P.R. n.547 del 1955 quando egli abbia manifestato la reale intenzione di porre fine alla situazione illegale.

In senso contrario, invece - non considerando che, per le parti comuni dell'edificio, l'iniziativa di adeguamento alle norme antinfortunistiche poteva essere assunta da ciascuno dei comproprietari - il Pretore, nei riguardi di essi ricorrenti, aveva ravvisato la volontà di non adeguarsi alle disposizioni legislative vigenti in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, deducendola incongruamente da una lettera con cui Edoardo G. intimava a Giberto di astenersi dal disporre l'esecuzione di opere nel suo appartamento (cioè in quello di esso Edoardo);

c) l'erronea dichiarazione della prescrizione della contravvenzione di cui all'art. 328 del D.P.R. n. 547 del 1955, contestata con riferimento al D.M. 12 settembre 1959, in quanto non vi è alcuna prova agli atti che dimostri la qualità di comproprietari dello stabile di via C. di essi ricorrenti all'epoca della entrata in vigore dello stesso D.M. (1 gennaio 1960), la violazione delle cui prescrizioni, inoltre, non si correlerebbe alla disciplina sanzionatoria posta dagli artt. 389 e segg. del D.P.R. n. 547 del 1955;

d) la mancanza della necessaria correlazione tra contestazione e decisione conseguente alla diversa qualificazione giuridica data alla fattispecie specificata al capo 3) della rubrica: originariamente era stata contestata l'omessa installazione del sistema di emergenza all'esterno della centrale termica, mentre la sanzione aveva poi riguardato la mancanza della segnalazione luminosa dell'integrità del circuito.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, limitatamente ai reati di cui agli artt. 267 e 281 del D.P.R. n.547 del 1955 (capi 3 e 4 della rubrica), poiché essi sono estinti:

- nei confronti di , per morte dell'imputato (verificatasi l'11. 1.1998, come da certificazione anagrafica prodotta dal difensore all'udienza odierna)

- e nei confronti di , per intervenuta prescrizione. Trattasi invero, di contravvenzioni punite con sola ammenda ed il termine massimo prescrizionale di tre anni, ex artt. 157 e 160, ult.comma, cod.pen.) si è definitivamente compiuto il 24.6.1997.

Le contravvenzioni in oggetto hanno natura permanente ma nell'imputazione risulta indicata soltanto la data di accertamento e non vi è stata contestazione suppletiva del protrarsi della permanenza posteriormente a quella data.

In una situazione siffatta - tenuto conto di quanto enunciato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 11930 dell'11.11.1994 (ric. P.G. c. Polizzi) pur potendo la stessa idoneità delle contravvenzioni in esame a durare nel tempo comportare l'estensione della contestazione all'intero sviluppo della fattispecie criminosa, senza violazione del diritto di difesa dell'imputato, il giudice di merito non ha valorizzato, né è dato rinvenire, alcun elemento emerso dall'istruttoria dibattimentale idoneo a dimostrare la persistenza delle violazioni oltre la data di accertamento.

2. Non ricorre la prova evidente per doversi far luogo ad una più favorevole pronuncia nel merito, ai sensi dell'art. 129, 2 comma, c.p.p.

3. Deve anzitutto affermarsi, infatti, l'applicabilità delle contestate prescrizioni del D.P.R. 27.4.1955, n.547 anche al lavoro svolto nell'ambito di un rapporto di portierato privato.

Va considerato, in proposito, che, a norma dell'art. 1 di tale D.P.R., la disciplina in esso contenuta si applica "a tutte le attività alle quali siano addetti lavoratori subordinati o ad essi equiparati ai sensi dell'art. 3, comprese quelle esercitate dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni, da altri Enti pubblici e dagli Istituti di istruzione e beneficenza".

Il 1 comma del richiamato successivo art. 3 stabilisce, a sua volta, che "agli effetti dell'art. 1, per lavoratore subordinato si intende colui che fuori del proprio domicilio, presta il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione altrui, con o senza retribuzione, anche al solo scopo di apprendere un mestiere, un'arte o una professione".

Da tali disposizioni legislative si evince, pertanto, che l'elemento da cui il legislatore fa discendere l'applicazione delle norme protettive è l'esistenza di una prestazione svolta in regime di subordinazione, secondo i canoni previsti dal codice civile, senza distinzione tra datori non imprenditori ed imprenditori (intesi questi ultimi, ai sensi dell'art. 2082 cod. civ., come coloro che esercitano professionalmente un'attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o di servizi).

In ragione del rilievo costituzionale del diritto alla salute (art. 32 Cost.), del resto, lo stesso art. 2087 cod. civ., cui ben può riconoscersi il carattere di norma di chiusura del sistema

antinfortunistico, pur contenendo testuali riferimenti all'imprenditore ... nell'esercizio dell'impresa", viene ritenuto dalla prevalente dottrina applicabile anche al datore di lavoro non imprenditore.

Né un'interpretazione restrittiva potrebbe trovare giustificazione nella considerazione che coloro che svolgono servizio di portierato in edifici residenziali rendono le proprie prestazioni in ambienti di tipo domestico e, pertanto, non sarebbero esposti ai rischi connessi ai lavori svolti in strutture aziendali: ciò, infatti, non è sempre vero in quanto, in base alla contrattazione collettiva, ai portieri privati ben possono essere affidati, con pattuizioni peculiari, anche compiti che (come nella fattispecie in esame) comportino rischi analoghi a quelli aziendali per il necessario contatto, nel corso del loro espletamento, con impianti termici, elettrici, ascensori, montacarichi, etc.

Significazioni di segno contrario neppure possono trarsi dal D.Lgs. 19.9.1994, n.626 (come modificato dal D.Lgs. 19.3.1996, n.242), attraverso il rilievo che l'art. 1, 3 comma, di tale decreto legislativo limita l'applicazione della propria disciplina, per i lavoratori a domicilio e per quelli con rapporto contrattuale privato di portierato, ai soli casi espressamente previsti (il richiamo è agli artt. 21, 2 comma e 22, 1 comma - di cui si occupa la Circolare n.28 del 5.3.1997 del Ministro del lavoro - a norma dei quali tali lavoratori devono essere informati sui rischi insiti nelle specifiche mansioni svolte ed essere adeguatamente formati per prevenirli e controllarli).

In proposito occorre evidenziare che il D.Lgs. n.626-1994, emanato in attuazione delle Direttive del Consiglio CEE riguardanti la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro, è soprattutto mirato, nel suo complesso, ad una diversa impostazione del modo di affrontare le problematiche relative.

Le innovazioni sono essenzialmente rivolte ad istituire nelle aziende un sistema di gestione permanente ed organico diretto alla individuazione, valutazione, riduzione e controllo costante dei fattori di rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ma la legislazione precedente rimane in vigore, salvo i casi di abrogazione espressa o tacita, quale termine obbligatorio di riferimento per l'attuazione delle specifiche misure di sicurezza.

La limitazione applicativa di cui all'art. 1, 3 comma, dunque, riguarda soltanto la nuova disciplina, per la minore valenza che, nell'ambito del rapporto privato di portierato, il legislatore ha riconosciuto alle attività di individuazione e di valutazione del rischio.

Se nessuna disposizione della precedente normativa antinfortunistica si applicasse ai portieri degli immobili residenziali privati sarebbe stato perfettamente inutile imporre ai loro datori di lavoro l'obbligo di fornire adeguata informazione sui rischi e sul sistema di sicurezza.

4. La contestazione dell'art. 328 del D.P.R. n.547-1955 (n. 1 del capo d'imputazione) è stata correlata al D.M. 12.9.1959 solo con riferimento alle modalità di comunicazione all'ufficio competente dell'attivazione dell'impianto di collegamento elettrico a terra, mentre la violazione contestata, e sanzionata penalmente, inerisce alla mancata verifica dell'impianto medesimo "prima della messa in servizio".

Gli imputati, inoltre, non hanno dimostrato che l'impianto in questione sia stato attivato anteriormente al loro acquisto della comproprietà dell'edificio.

5. Gli ulteriori motivi di gravame restano assorbiti dalla decisione adottata, tenuto anche conto che - come evidenziato dagli stessi ricorrenti - a ciascun comproprietario, per le parti comuni, incombeva comunque l'obbligo di adeguamento della centrale termica alla normativa antinfortunistica.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione,

visti gli artt. 607,615 e 620 c.p.p.,

annulla senza rinvio la sentenza impugnata - limitatamente ai reati di cui agli artt, 267 e 281 D.P.R. n.547-1955 (capi 3 e 4 della rubrica) - nei confronti di , poiché estinti per morte dell'imputato e, nei confronti di , poiché estinti per prescrizione.

Rigetta nel resto il ricorso di .

Così deciso in Roma il 2 aprile 1998.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 3 GIUGNO 1998.

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