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Cassazione Civile, Sez. II (Sent.), 21.05.2012, n. 8004: L'accertamento del recesso del committente si fonda su presupposti diversi da quelli posti a base dell'azione con cui l'appaltatore deduca l'inadempimento del committente.

Scritto da 

Presidente Dott. Schettino Olindo, Relatore Dott. Bursese Gaetano Antonio

Nel contratto di appalto il recesso unilaterale del committente previsto dall'art. 1671 cod. civ., costituisce esercizio di un diritto potestativo e, come tale, non esige che ricorra una giusta causa, per cui la domanda giudiziale con la quale l'appaltatore chieda l'accertamento di tale recesso si fonda su presupposti diversi da quelli posti a base dell'azione con cui il medesimo deduca l'inadempimento del committente.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- La S. s.r.l., premesso che la s.p.a. A. in l.c.a. le aveva affidato in appalto lo smaltimento dei rifiuti speciali e tossici, conveniva in giudizio la predetta davanti al Tribunale di Roma per sentirla condannare al risarcimento dei danni derivanti dalla mancata esecuzione del contratto interso fra le parti.

Si costituiva in giudizio la convenuta la quale deduceva che il contratto de quo aveva durata annuale con decorrenza dal 1 gennaio 1987, prorogabile salvo disdetta di una delle parti da inviare con raccomandata almeno 60 gg. prima della scadenza; che il 30 ottobre 1987 aveva inviato disdetta per le inadempienze dell'attrice.

Pertanto, chiedeva il rigetto della domanda e, in via riconvenzionale, che fosse dichiarata la cessazione del contratto alla scadenza del 1 gennaio 1988, o, in subordine la risoluzione per inadempimento dell'attrice.

Con sentenza n. 10391/03 il Tribunale accoglieva la domanda, condannando la convenuta la pagamento della somma di Euro 583.944,90 oltre interessi.

Con sentenza dep. il 25 gennaio 2007 la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione impugnata dalla convenuta, rigettava la domanda proposta dell'attrice.

Dopo avere rilevato che nel 1987 fra le parti erano intercorsi altri due contratti - il cui contenzioso definito con risoluzione per inadempimento della S.ambiente s.r.l., seppure non oggetto del di presente giudizio, poteva spiegare l'interesse della committente alla anticipata cessazione del rapporto - i Giudici osservano che con il contratto stipulato il 9 luglio 1987 le parti avevano previsto l'appalto sia dello smaltimento dei rifiuti sia della costruzione delle piattaforme di stoccaggio provvisorio e che la durata del contratto iniziasse a decorrere dal 1-1-1987 salvo disdetta;

l'appalto relativo alla costruzione delle piattaforme era strumentale al primo e, dunque, non poteva ritenersi, a differenza di quanto affermato dal Tribunale, che fosse un autonomo contratto indipendente da quello e con un più lungo termine di durata, quando le piattaforme dovevano essere realizzate prima dell'inizio dello smaltimento dei rifiuti: il che spiegava perchè la voce "lavori" seguisse nel capitolato e nell'ordine contrattuale quella "servizi" e senza un diverso termine.

La dichiarazione inviata il 31 ottobre 1987 doveva considerarsi disdetta e non recesso ex art. 1671 cod. civ., con la conseguenza che non spettava all'attrice il mancato guadagno ma solo il compenso per l'attività eventualmente espletata; peraltro, era escluso alcun credito maturato in suo favore, essendo stato accertato che la medesima nessuna attività aveva effettuato: le diverse conclusioni del consulente che aveva ritenuto un principio di esecuzione erano erronee, posto che l'ausiliario aveva considerato documentazione che non era riferibile al contratto de quo.

2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la S.ambiente s.r.l., sulla base di due motivi. Resiste con controricorso La L. s.r.l. (subentrata alla s.p.a. A.), depositando memoria illustrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. - Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 1362 cod. civ., e segg., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censura la decisione gravata che, non adottando i criteri ermeneutici di cui ai richiamati articoli del codice, aveva erroneamente ritenuto nel 31 dicembre 1987 la scadenza del contratto stipulato il 9 luglio 1987 - pur avendo le parti stabilito la durata annuale - non accorgendosi della contraddizione del testo laddove era stata prevista la decorrenza dal primo gennaio 1987 quando il contratto era stato stipulato il 9 luglio 1987.

Pur non essendo decorsa la durata minima di un anno, peraltro prevista per il solo smaltimento dei rifiuti, aveva ritenuto valida disdetta del contratto la lettera del 30-10-1987, la quale doveva essere considerata manifestazione del recesso ex art. 1671 cod. civ..

Erroneamente aveva ritenuto che il medesimo termine sarebbe stato previsto sia per i servizi che per i lavori, quando il termine di cinque mesi sarebbe stato del tutto inadeguato per il compimento di attività per le quali le stesse parti avevano previsto almeno un anno.

1.2. - Il motivo va disatteso.

Occorre premettere che la sentenza impugnata, procedendo all'interpretazione del complessivo contenuto del contratto, ha accertato che:

a) il contratto aveva a oggetto sia lo smaltimento dei rifiuti speciali e tossici sia della costruzione delle piattaforme di stoccaggio e unico era il termine stabilito per l'esecuzione;

b) le parti avevano espressamente previsto la decorrenza della durata di un anno dal primo gennaio 1987;

c) la disdetta poteva essere inviata prima della scadenza annuale, purchè avvenisse 60 giorni prima della scadenza (31-12-1987).

Ciò premesso, il motivo difetta di autosufficienza laddove non riporta il testo integrale della clausole contrattuali alle quali fa riferimento, dovendo qui ricordarsi che l'interpretazione del contratto ha a oggetto un accertamento di fatto - riservato, come tale, al giudice di merito - che può venire censurato esclusivamente per vizi di motivazione ovvero per violazione dei criteri ermeneutici di cui all'art. 1362 cod. civ., e segg., laddove il ricorrente ha l'onere di dimostrare, in relazione al contenuto delle clausole contrattuali, il mancato rispetto dei canoni legali di interpretazione.

Nella specie, la sentenza con motivazione immune da vizi logici o giuridici ha osservato i canoni di cui all'art. 1362 cod. civ., e segg., secondo i quali nell'interpretazione della volontà negoziale criterio prioritario è quello dell'interpretazione letterale, dovendo il giudice di merito attenersi al significato che in modo chiaro emerga dal complessivo contenuto delle clausole.

Ed invero, secondo la ricostruzione compiuta dai Giudici di appello, le parti - pur stipulando l'appalto de quo il 9 luglio 1987 - stabilirono espressamente evidentemente nell'ambito dell'autonoma negoziale e nel regolamento dei loro interessi (fra le stesse intercorrevano altri rapporti in virtù di contratti conclusi in quello stesso anno) - che la durata annuale del contratto dovesse iniziare a decorrere dal 1 gennaio 1987.

2.1. - Il secondo motivo,, lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 1373 e 1671 cod. civ., nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, censura la sentenza laddove erroneamente aveva ritenuto quale disdetta la lettera del 30-10-1987 che, comportando l'interruzione del rapporto prima della scadenza annuale del contratto previsto per l'8-7-1988, doveva essere considerata recesso ai sensi dell'art. 1671 cod. civ.; d'altra parte, contraddittoriamente aveva ritenuto necessario trovare una giustificazione alla disdetta che, in quanto tale, non deve essere motivata, così riconoscendole natura di recesso che deve trovare una giustificazione. Peraltro, non era emerso alcun inadempimento a carico di essa ricorrente, soggetto inadempiente dovendo essere considerata la controparte.

La Corte di appello aveva fondato la propria decisione su un accertamento - la legittimità del recesso - ormai precluso al giudice, atteso l'avvenuto recesso; contraddittoriamente aveva dato rilevanza ai precedenti rapporti contrattuali intercorsi fra le parti per ravvisare la legittimità del recesso; si era limitata a richiamare a contrario le argomentazioni del Tribunale senza ripercorrerne i passaggi motivazionali: al riguardo la ricorrente richiama i principi in materia di motivazione per relationem.

La decisione dei Giudici di appello che, nel riformare quella di primo grado, aveva comunque confermato quanto il Tribunale aveva accertato in merito all'assenza di contestazioni da parte della committente, aveva disatteso il dettato contrattuale di cui all'art. 8 del capitolato che regolava le ipotesi di anticipata interruzione del rapporto da parte della committente e le modalità al riguardo prescritte. Nella specie, non ricorrevano i presupposti di cui all'art. 1373 ma quelli di cui all'art. 1671 cod. civ..

In subordine, censura la sentenza impugnata laddove aveva escluso la corresponsione dell'indennizzo dovuto ex art. 1671 citato. La Corte non aveva tenuto conto dei documenti esaminati dal Tribunale e in base ai quali il consulente aveva determinato quanto dovuto ad essa ricorrente per l'esecuzione della prestazione effettuata.

Non era ipotizzabile la durata annuale del contratto, posto che il facere era unico e complessivamente considerato e il mancato guadagno era da commisurate all'ammontare di tali opere.

La Corte avrebbe dovuto in ogni caso disporre il rinnovo della consulenza tecnica d'ufficio 2.2.- Il motivo va rigettato.

Occorre premettere che la Corte di appello, nel considerare fondate le censure sollevate con il gravame, ha ritenuto erronea la decisione del tribunale che aveva individuato nella data dell'8 luglio 1988 la scadenza del contratto e la esistenza di una diversa durata del rapporto relativamente ai due contratti: è pervenuta a tale convincimento con motivazione immune da vizi logici o giuridici, che evidentemente si sostituisce a quella del giudice di primo grado la cui decisione è caducata per effetto della sua integrale riforma.

A stregua di quanto si è detto sopra la sentenza impugnata, interpretando il contenuto del contratto e la dichiarazione con la quale la committente aveva dichiarato la volontà di fare cessare il contratto alla scadenza annuale, ha accertato che ciascuna delle parti aveva il diritto di comunicare disdetta purchè 60 giorni prima della scadenza del 31-12-1987: in virtù della disdetta tempestiva il rapporto sarebbe venuto a cessare alla scadenza contrattuale del 31/12/1987.

E tale effetto ebbe per l'appunto a verificarsi secondo i Giudici i quali hanno coerentemente collegato lo scioglimento del contratto all'esercizio della facoltà di disdetta che era attribuita a ciascuna delle parti indipendentemente dall'esistenza dell'inadempimento della controparte, sicchè anche il riferimento al pregresso rapporto, peraltro compiuto per spiegare il perchè della disdetta inviata dopo breve tempo, costituisce un' argomentazione ad abundantiam e, come tale, priva di valore decisorio, nel momento in cui i Giudici hanno accertato che il contratto, iniziato il 1-1-1987, sarebbe venuto a scadere il 31-12-1987 e che poteva essere sciolto con la dichiarazione di disdetta.

Coerentemente la sentenza ha escluso che nella specie potesse essere configurato il recesso ex art. 1671 cod. civ. e le conseguenze da tale norma previste così come del tutto fuori luogo sono i riferimenti all'art. 1373 cod. civ., e ciò dicasi a prescindere dal rilevare che nel contratto di appalto il recesso unilaterale del committente previsto dall'art. 1671 cod. civ., costituisce esercizio di un diritto potestativo e, come tale, non esige che ricorra una giusta causa, per cui la domanda giudiziale con la quale l'appaltatore chieda l'accertamento di tale recesso si fonda su presupposti diversi da quelli posti a base dell'azione con cui il medesimo deduca l'inadempimento del committente.

Per quel che concerne la domanda di pagamento dei lavori effettuati, la censura si risolve nella critica dell'apprezzamento delle risultanze processuali riservato al giudice di merito circa la prova delle circostanze poste a base della domanda, dovendo osservarsi che in relazione al vizio di motivazione per omesso od erroneo esame di un documento decisivo, il ricorrente ha l'onere, a pena di inammissibilità del motivo di censura, di riprodurre nel ricorso, in osservanza del principio di autosufficienza del medesimo, il documento nella sua integrità in modo da consentire alla Corte, che non ha accesso diretto agli atti del giudizio di merito, di verificare la decisività della censura (Cass. 14973/2006; 12984/2006; 7610/2006; 10576/2003), tenuto conto che in proposito occorre dimostrare la certezza e non la probabilità che, ove esso fosse stato preso in considerazione, la decisione sarebbe stata diversa: tale onere nella specie non è stato ottemperato dalla ricorrente la quale non ha trascritto il testo integrale dei documenti ai quali fa riferimento.

D'altra parte, avendo ritenuto che la documentazione prodotta ed esaminata dal consulente non era pertinente al contratto de quo, i Giudici hanno implicitamente ritenuto del tutto inutile il rinnovo della consulenza che non può avere natura esplorativa.

Il ricorso va rigettato.

Le spese della presente fase vanno poste a carico della ricorrente, risultata soccombente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore della resistente delle spese relative alla presente fase che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 10.000,00 per onorari di avvocato oltre spese generali ed accessori di legge.

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