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Mercoledì, 27 Febbraio 2013 10:43

Il committente privato non è automaticamente responsabile

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Un’altra sentenza della Corte di Cassazione che si occupa della responsabilità di committenti privati che affidano opere a terzi. Nel caso in esame, tre committenti (semplici proprietari non imprenditori) avevano affidato a un prestatore d’opera un lavoro di ristrutturazione edilizia di un tetto di un magazzino/garage; a lavoro concluso, a seguito di alcune piogge, l’operaio era salito in copertura per un controllo ed era caduto al suolo. La Corte d’Appello aveva confermato il giudizio di responsabilità per omicidio colposo del tribunale di primo grado, nei confronti dei committenti.

Nella sentenza n.3563 del 30 gennaio 2012, la sezione IV penale di Cassazione afferma che nei contratti di appalto o di prestazione d'opera il dovere di sicurezza è riferibile, oltre che al datore di lavoro, anche al committente con conseguente possibilità, in caso di infortunio, di un suo coinvolgimento. E' però altrettanto vero – prosegue la S.C. – che tale principio non può essere applicato automaticamente, non potendo esigersi dal committente un controllo pressante, continuo e capillare sull'organizzazione e sull'andamento dei lavori.

Nella sentenza vengono riproposti robusti criteri da prassi giurisprudenziale, che prevedono che vengano presi in esame diversi aspetti: la specificità dei lavori da eseguire (diverso è il caso in cui il committente dia in appalto lavori relativi ad un complesso aziendale di cui sia titolare, da quello di lavori su un immobile in semplice proprietà); i criteri seguiti dal committente per la scelta dell'appaltatore o del prestatore d'opera; l'eventuale ingerenza del committente stesso nell'esecuzione dei lavori oggetto dell'appalto o del contratto di prestazione d'opera; la percepibilità agevole ed immediata da parte del committente di eventuali situazioni di pericolo. Tutte queste condizioni avrebbero dovute essere analizzate per valutare l’eventuale responsabilità dei committenti; la Corte di Appello ha omesso queste analisi per cui la S.C. – dichiarando la sentenza impugnata caratterizzata da illogicità e violazioni di legge – annulla la condanna per omicidio colposo dei tre committenti e rinvia per nuovo esame.

Senza mettere in discussione il merito, assolutamente condivisibile e ribadito in diverse sentenze del passato (cfr. sentenze nn. 28197/2009 e 36612/2011), stupiscono i riferimenti di legge citati nel testo della S.C.: “La responsabilità del committente è espressamente prevista dalla normativa di settore (prima, il D.Lgs. n. 626 del 1994, art.7; ora, trasfuso sostanzialmente nel D.Lgs. n. 81 del 2008, art.26).”

Il dispositivo replica intere frasi da un’altra sentenza, emessa dalla stessa sezione di Cassazione penale, la n.15081 del 2010, peraltro relativa ad un fatto completamente diverso (lesioni a un bambino che giocava vicino a materiale di cantiere non custodito). Nel lungo testo della sentenza 15081 si leggono anche numerosi riferimenti alla inesistente “legge n.626 del 1996”, refuso in luogo di “decreto legislativo n.626 del 1994” che sarebbe auspicabile non trovare in un testo di un Organo dello Stato così importante.

Nel caso specifico esaminato dalla recentissima sentenza n.3563, trattandosi di opere di ristrutturazione edilizia avvenuta nell’anno 2005 e di committenti privati (non datori di lavoro), la normativa di settore va individuata nel d.lgs. 494/96 – la cosiddetta “direttiva cantieri” – e non nel d.lgs. 626/94. Infatti l'art.7 del decreto 626 (e oggi l'art.26 del d.lgs. 81/2008) riguarda i contratti d’appalto o d’opera di “datori di lavoro committenti”, mentre l’allora direttiva cantieri (oggi titolo IV del decreto 81) prevede obblighi ed oneri per il committente, chiunque esso sia, a prescindere dalla qualifica di datore di lavoro; obblighi ed oneri, allora ed oggi, che in un cantiere edile sono molto più pesanti che in un semplice contratto di appalto o d’opera non edile. La mancata applicabilità dell’art.7 del d.lgs. 626/94 fuori da un’attività aziendale era già stato correttamente rimarcata – sempre dalla sezione IV di Cassazione – nella sentenza n.43364/2003: “il presupposto per l'applicazione del citato art.7 è costituito dall'affidamento dei lavori all'interno dell'azienda, ovvero dell'unità produttiva, ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi”.

La vera normativa di settore, la legge che doveva rispettare qualunque committente di un’opera edile, era il d.lgs. 494/96, all'epoca del fatto già vigente da ben otto anni. In esso si leggeva, all’art.3 comma 1: “Il committente o il responsabile dei lavori, nella fase di progettazione dell’opera, ed in particolare al momento delle scelte tecniche, nell’esecuzione del progetto e nell’organizzazione delle operazioni di cantiere, si attiene ai principi e alle misure generali di tutela di cui all’articolo 3 del decreto legislativo n. 626 del 1994”. Tra le misure generali di tutela citate troviamo: valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza; eliminazione dei rischi in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico e, ove ciò non è possibile, loro riduzione al minimo; riduzione dei rischi alla fonte; programmazione della prevenzione; priorità delle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale... Queste sono i principi e le misure a cui un committente di un’opera edile nel 2005 si doveva attenere, di questi principi e di queste misure si poteva chiedere conto.

L’assenza di qualsivoglia riferimento al d.lgs. 494/96 nel testo della sentenza n.3563/2012 è un indubbio successo della difesa; ed una sconfitta (l’ennesima) per la diffusione della cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro. 


 Sentenze richiamate

Letto 5477 volte Ultima modifica il Mercoledì, 27 Febbraio 2013 15:28
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