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Condannare gli assenti (commento a Cass. Pen. 5075/2010)

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(maggio 2010)

Cantiere lentamente in via di conclusione, arriva un'impresa per montare uno degli ultimi componenti dell'impianto produttivo; per sollevare un elemento di alcune tonnellate uno degli operai dell'impresa montatrice, invece di utilizzare una fune conforme alle leggi, trova sul posto una corda e la usa, nonostante gli inviti a desistere dei suoi colleghi, preoccupati per la pericolosità dell'operazione. La corda si spezza e causa un infortunio mortale proprio a quell'operaio.

Concorso di colpa al coordinatore per la sicurezza, per mancata vigilanza.

Questo è lo scenario che la sentenza 5075/2010 della sezione IV penale della Cassazione disegna, condannando un "responsabile dei lavori" per non aver prolungato - in regime di direttiva cantieri (decreti legislativi 494/96 e 528/99) - l'incarico al coordinatore per l'esecuzione per coordinare gli ultimi montaggi impiantistici.

A seguito dell’evento mortale, avvenuto nel 2001, in primo grado sono stati tratti in giudizio il "responsabile dei lavori" e un lavoratore con funzione di preposto, entrambi appartenenti ad una società (presumibilmente committente delle opere), per aver cagionato la morte del dipendente di un'altra società (l'esecutrice dei montaggi finali). Il processo di primo grado ha visto la condanna di entrambe le figure, in appello il preposto è stato assolto per non aver commesso il fatto, mentre la condanna del "responsabile dei lavori" è stata confermata. E si è arrivati quindi in Cassazione.

In prima battuta, per quanto riguarda la contestata applicabilità dei decreti sui cantieri, i giudici hanno rigettato la tesi difensiva ritenendo che, anche se le opere edili erano terminate da tempo, i montaggi di elementi prefabbricati impiantistici avrebbero dovuto essere inclusi concettualmente nel cantiere di edificazione e quindi soggetti ad un coordinamento sicurezza.

Il disposto della sentenza va invece analizzato con attenzione quando si parla del coordinatore, il vero imputato anche se non condannabile: nel cantiere generale infatti la nomina del coordinatore era avvenuta, ma l’incarico al professionista era stato considerato concluso pochi giorni prima dell'evento mortale. Dalla lettura della sentenza si evince che solo per questo non trascurabile dettaglio il coordinatore è stato escluso dal giudizio.

La condanna del "responsabile dei lavori" è giustificata, secondo i giudici, perché "le circostanze in cui si è verificato l'infortunio erano particolarmente pericolose; in relazione alla particolare fase della lavorazione, che richiedeva la vigilanza del coordinatore per l'esecuzione, che doveva dare le specifiche disposizioni, sia finalizzate ad assicurare il controllo alle squadre di operai, sia finalizzate a rendere effettiva la pulizia del cantiere".

Inoltre, "se pure è ravvisabile un concorso di colpa della vittima, ad essa, nonostante si trovasse in una fase di lavorazione assolutamente delicata, è stato consentito di lavorare in assenza del coordinatore per l'esecuzione che desse le corrette prescrizioni anche per assicurare la pulizia del cantiere e comunque in assenza di un sovraordinato che gli desse le dovute istruzioni e valutasse l'idoneità degli strumenti che si era procacciato, sebbene, sul piano della colpa specifica, a prescindere anche dalla applicazione del D.Lgs. n. 494 del 1996, ..., nella sua qualità di responsabile dei lavori, fosse tenuto, ai sensi dell'art. 2087 c.c., a preservare l'incolumità fisica del dipendente".

Molte cose non tornano, in questa analisi.

Intanto non si trova alcuna traccia delle responsabilità del datore di lavoro dell'impresa esecutrice, della presenza sua o quantomeno di un preposto a sorvegliare i lavori e di un loro eventuale coinvolgimento nel processo. E' dagli anni Cinquanta del secolo scorso che la giurisprudenza ci insegna che il comportamento di un lavoratore subordinato sfugge alle responsabilità del datore di lavoro solo quando è imprevedibile. Ed è dall'entrata in vigore della "legge 626" che si insiste, anche istituzionalmente, sulla corretta formazione dei lavoratori e sulle responsabilità del datore di lavoro per comportamenti difformi dalle leggi causati da mancata o carente formazione e/o da mancati o carenti controlli.

Mancando i riferimenti al datore di lavoro della vittima, vero destinatario dell'art.2087 c.c., stupisce che la colpa del "responsabile dei lavori" sia quella di avere permesso di lavorare in assenza di coordinatore, come se il coordinatore avesse l'obbligo di stabilirsi in cantiere e dirigere gli operai al lavoro. La legge, dal 2000 in avanti, non dice che il coordinatore deve vigilare, ma che deve "verificare, con opportune azioni di coordinamento e controllo, l'applicazione, da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni loro pertinenti contenute nel piano di sicurezza e coordinamento di cui all'art.12 e la corretta applicazione delle relative procedure di lavoro" (art.5 comma 1 lett.a del d.lgs. 494/96 integrato dal d.lgs. 528/99). In nessuna parte delle leggi, allora ed oggi, né esplicitamente né implicitamente, è richiesta la presenza costante del coordinatore in cantiere. E neppure è richiesto di “assicurare il controllo delle squadre degli operai”, compito preciso, da decenni, dei datori di lavoro delle “squadre” di operai.

La "vigilanza", che richiede una presenza costante in loco, è qualcosa di ben diverso dalla "verifica", che può - anzi, deve - essere periodica, con una frequenza determinata dalla complessità delle opere e dalla loro pianificazione operativa. Con i modesti poteri che la legge concede ai coordinatori (che, va ricordato, dai tempi della direttiva cantieri fino ad oggi non possono nemmeno allontanare un’impresa dal cantiere: possono solo sospendere “in caso di pericolo grave e imminente, direttamente riscontrato, le singole lavorazioni”: art.5 comma 1 lett.f direttiva cantieri e art.92 comma 1 lett.f d.lgs. 81/2008 e s.m.i.), forse nel caso in esame si poteva ipotizzare una chiamata in giudizio anche per il datore di lavoro della vittima, il quale ai sensi della stessa direttiva cantieri doveva per esempio curare il mantenimento del cantiere in condizioni ordinate (art.8 comma 1 lett.a), curare le condizioni di movimentazione dei vari materiali (art.8 comma 1 lett.c), curare la manutenzione, il controllo prima dell'entrata in servizio e il controllo periodico degli impianti e dei dispositivi al fine di eliminare i difetti che possono pregiudicare la sicurezza e la salute dei lavoratori (art.8 comma 1 lett.d), curare che lo stoccaggio e l’evacuazione dei detriti e delle macerie avvengano correttamente (art.9 comma 1 lett.c). Se uno solo di questi obblighi, in capo ad una figura ben precisa che non è il coordinatore né il responsabile dei lavori, fosse stato attuato, l’evento probabilmente sarebbe stato evitato.

Già l’anno scorso un articolo di un magistrato romano, che sembrava interpretare in modo piuttosto estensivo il testo di legge, aveva provocato la reazione di diversi tecnici coordinatori da tutta Italia. Ma forse è vero che la giurisprudenza sta andando nella direzione di considerare il coordinatore, ben al di là di quanto dica la legge, il deus ex machina della sicurezza dei cantieri.

Non è un buon segnale, perché non è il coordinatore la figura che può veramente, seriamente, concretamente, ridurre gli infortuni intervenendo alla fonte: i poteri repressivi necessari a dare autorità ad un ruolo sono assenti e condannare mille coordinatori non aumenterà la sicurezza sui cantieri edili. La figura, il dominus che tutti cerchiamo affannosamente, è chi istruisce, dirige, sovrintende, comanda i lavoratori. E’ a queste figure, ed alle loro potenti associazioni datoriali, che gli organi di vigilanza, la magistratura ed il legislatore dovrebbero non smettere di prestare attenzione.

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